Stamattina è venuto a mancare il Mons. Clemente Caria, primo direttore artistico dell'Ente. Lo ricordiamo in un' intervista rilasciata a febbraio 2020 ad Alessia Andreon per L'Arborense.

Incontro il M° Don Clemente Caria nella sua casa, in un pomeriggio fresco di fine febbraio. Ha superato i novant’anni e ha qualche problema di salute che ci ha costretto a posticipare di qualche settimana la nostra chiacchierata. Nel ricordare la sua vita da Maestro di Cappella della Cattedrale Arborense sento che di tanto in tanto la sua voce si incrina per l’emozione. Ho lasciato questa intervista volutamente per ultima tra quelle dedicate ai direttori di coro perché il Maestro Caria è indiscutibilmente il Direttore dei Direttori di coro, dal quale in tanti hanno imparato e al quale continuano ad ispirarsi.


Come recita il salmo Canterò per sempre l’amore del Signore, lei ha dedicato tutta la vita alla musica, ma quando è nata questa sua predisposizione?
Ho iniziato da autodidatta quando avevo circa otto anni; facevo il chierichetto nella mia parrocchia quando il sacrista venne richiamato alle armi e il parroco volle che imparassi a suonare per accompagnare le celebrazioni. Da allora, negli anni del seminario, ho continuato di nascosto ad imparare a suonare, malgrado non fosse permesso neanche avvicinarci a un vecchio pianoforte che stava in un angolo tutto impacchettato; non c’era nessuno che ci potesse insegnare musica a quei tempi. Io e un mio compagno di classe avevamo elaborato un metodo nostro per esercitarci; lui poi finì al coro di Torino e io proseguii con gli studi regolari al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma.


È stato per quarant’anni il maestro di Cappella del Duomo, in quegli stessi anni dirigeva la Polifonica Arborense che è stata la prima istituzione musicale in città…
La Polifonica Arborense è stata una perla preziosa, che la città non ha saputo difendere come avrebbe dovuto. Mettere insieme quaranta ragazzi, senza alcuna preparazione musicale, e insegnargli prima di tutto a cantare e a capire un repertorio non certo semplice, è stata una vera avventura. Partecipare ai concorsi e arrivare ad avere delle prestazioni eccellenti, girare il mondo esibendosi nei più importanti teatri, non sono esperienze che si dimenticano facilmente. Ricordo che al termine di una nostra esibizione, Nicola Valle, un esponente della cultura sarda aveva detto di noi: ho sentito quaranta ragazzi di Oristano che cantano come angeli. Quante soddisfazioni… Quando venne il Papa, nel 1985, rimase stupito di trovare un coro del nostro livello in una piccola città di provincia, e noi siamo sempre stati a servizio della chiesa arborense. Senza dubbio sono stati anni favolosi, che hanno dato grande impulso alla città, offrendo un’occasione di crescita personale ai ragazzi che, con entusiasmo, avevano aderito al progetto. Eravamo una famiglia; ora a ripensarci mi viene tanta nostalgia: i ragazzi erano un amore e io vivevo per loro, non ho dimenticato nulla di quello che è stato e penso sempre con affetto anche quelli che non ci sono più. Tra le persone che mi affiancavano ai tempi ricordo con particolare stima il Sig. Fiorenzo Orrù, socio fondatore, con cui passavo serate intere a studiare il repertorio e l’evoluzione dei tempi liturgici per scegliere al meglio i canti da
eseguire, e Mons. Campus, il segretario di Mons. Fraghì, che ci ha sempre supportato e ha fortemente voluto la nascita del coro. Rimane tanta amarezza perché la Polifonica meritava più riconoscenza da parte della città. Abbiamo dato lustro al nome di Oristano nel mondo. Anche l’Ente Concerti nacque in Polifonica ma, dopo pochi anni, le due associazioni presero due strade diverse ma sono felice che la sua attività continui anche oggi.

Secondo lei un direttore di coro deve avere qualche requisito particolare?
Non basta farsi chiamare direttore, bisogna sapere cosa dire e cosa fare. Innanzi tutto devi essere un buon professionista: bisogna conoscere bene la materia ed esercitarla per diverso tempo e poi non smettere mai di studiare; non si impara dall’oggi al domani. Io ho avuto la fortuna di conoscere ed imparare tanto dal M° Bartolucci della Cappella Sistina, del quale ho replicato ad Oristano il concerto che compose per l’elezione di Papa Benedetto XVI.

Qual è il ruolo della musica nella celebrazione e quanto è importante accompagnarla con il canto?

L’accompagnamento musicale con dei canti è una parte fondamentale della liturgia; il canto deve essere presente anche nelle celebrazioni più semplici. Chi non conosce la liturgia difficilmente ne comprende appieno l’importanza e l’esaltazione che ne deriva, per questo bisogna essersene profondi conoscitori, bisogna viverla. Chi non è legato ad essa non può essere un grande Maestro di Cappella, per questo motivo sono quasi tutti preti. Per rendere degna una celebrazione non è necessario l’accompagnamento dell’organo, ma sicuramente aiuta, essendo lo strumento della liturgia per eccellenza, ma io non sono contrario all’uso di altri strumenti. Senza il canto la celebrazione diventa triste.
E un velo di tristezza leggo nello sguardo del Maestro Caria che, nella sua lunga carriera, ha riscosso tanti successi sia come direttore della Polifonica Arborense che come raffinato compositore, ma che poi, come spesso succede, è stato velocemente dimenticato anche da chi un grande Grazie glielo dovrebbe.

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